Andrea Camilleri resta ancorato alla Sicilia, sua e del commissario Montalbano, per raccontare la storia (quasi) vera di Il nipote del Negus, avventura in parte accaduta nella trinacria sotto il fascismo. L’ambientazione è la già conosciuta Vigàta dove, nell’agosto del 1929, arriva un illustre ospite che mette letteralmente in crisi le più alte cariche politiche: si tratta, appunto, del nipote del negus di Etiopia Selassié, venuto in Italia a studiare alla Regia Scuola Mineraria.
E, vista la volontà di espansione di Mussolini, in paese tutti si adoperano per mettere a suo agio il principe, che vive circondato da belle donne, abiti firmati e... debiti! Il libro, in puro stile Camilleri, si rifà alla forma letteraria di un altro successo dello scrittore, La concessione del telefono, in cui i dialoghi tra i protagonisti si mescolano a “documenti” d’epoca, come lettere, telegrammi e carteggi tra i vari personaggi. E per la priva volta assieme al volume esce in contemporanea anche l’audiolibro, con l’autore stesso (con la sua voce roca da sempre dedita alla sigaretta) nella veste di cantastorie.
Eja, Eja, Alalà! Fu già tempo in cui si andava in camicia nera; si cantavano inni. Quando la menzogna si accasa nella storia, sono gli atti di fede, e i manganelli, che fanno la verità. Ci volevano, a Vigàta, le furberie e le mattacchiate di uno scavezzacollo principe di colore, la selvatica estrosità e il talento per gli affari di un diciannovenne ben arnesato e sessualmente senza briglie, la spudoratezza e l'inclinazione astuta di un nipote del Negus, i puntigli principeschi di uno studentello straniero senza letto e senza tetto, che allettava gli occhi e invaghiva i cuori, per umiliare l'onore, l'orgoglio virile, le mire colonialistiche, le prolisse incompetenze del regime, e il nazifascistico razzismo. Il nipote del Negus, il principe Grhane Sollassié Mbassa, è stato iscritto alla Regia Scuola Mineraria di Vigàta. Si rivela un virtuoso della bricconeria e un atleta dell'inganno: tutti brontolando, e lui bravando; promettendo molto, e ancor più pagando, senza nulla mai ottenere. Cosa non tollerano tutti, cosa non tentano. Anche il Duce schiuma e freme, e subisce a rate i tiri bassi dell'etiope: di quel tizzone d'inferno che scalcia e corvetta; e sfugge al dover suo di dar testimonianza in terra italica e in colonia del viver bello e libero e generoso della "civiltà" fascista. Un evento reale con cui Camilleri torna alla sua vena più antica, quella più irriverente e comica, che mescola con intelligente divertimento, storia e fantasia.