Grazia Deledda - Canne al Vento
Scritto da Beatrice Kupfahl   
Mercoledì 14 Aprile 2010 21:32

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Magiche e seducenti credenze popolari si fondono al più crudo realismo della Sardegna di fine 1800 in Canne al vento (1913), forse l’opera più conosciuta di Grazia Deledda. La vicenda ruota attorno alle sorelle Pintor, Ester, Ruth, Lia e Noemi. Fuggita Lia dall’inflessibile e rigido padre, morirà lasciandosi alle spalle il figlio Giacinto.

 Questi – ormai cresciuto – dopo aver truffato un capitano di porto, viene allontanato dal posto di lavoro per recarsi infine dalle zie. Dopo un caloroso benvenuto, l’ospitalità diviene sempre più difficile per i prestiti di denaro che Giacinto si lascia concedere dall’usuraia Kallina e dai debiti che vengono addossati sulla proprietà delle tre sorelle. Giacinto decide quindi di andarsene per trovarsi un lavoro a Nuoro. In sua assenza, Ruth muore, e per pagare gli ingenti debiti contratti il poderetto di famiglia viene venduto. Efix, fedele servitore della famiglia Pintor, raggiungerà il ragazzo a Nuoro per avvisarlo di un probabile arrivo, di lì a pochi giorni, della donna con cui Giacinto aveva avuto una relazione, Grixenda, in quanto le aveva promesso di sposarla. Dopo un’iniziale riluttanza di Giacinto, il romanzo termina non solo con il matrimonio dei due, ma anche con lo sposalizio di Noemi, la sorella più giovane, con il cugino Predu. La nota di mestizia che velerà questa celebrazione sarà la morte di Efix, solo e abbandonato dalle persone alle quali ha voluto bene.

Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, può essere considerata per la Sardegna ciò che Verga fu per la Sicilia: una narrativa dal colore locale, in cui “i personaggi si fondono con i luoghi aspri e deserti della nativa Sardegna in una reciproca rispondenza di stati d’animo e paesaggio” (Orsa Maggiore Editrice). La miseria della vita, caratterizzata da ricorrenti febbri di malaria e indigenza, pare distendersi nei racconti fantastici di streghe, folletti e malocchi a cui ogni persona crede fermamente, anche come una sorta di sollievo dall’incombere inarrestabile della morte.

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