Si è spenta oggi, nella sua casa romana nel quartiere di Monteverde, la scrittrice Cesarina Vighy. Nata a Venezia 74 anni fa, viveva nella capitale ormai da mezzo secolo e ha lavorato a lungo prima al Ministero dei beni culturali e poi presso la Biblioteca nazionale di Storia Moderna e Contemporanea.
Vogliamo ricordarla parlando dei suoi scritti, vorremmo poter comunicare l'amore per la letteratura, di una donna che ai libri ha voluto dedicare la sua intera esistenza, fino alla fine.
Da sei anni soffriva di sclerosi laterale amiotrofica, detta anche morbo di Lou Gehrig, una malattia degenerativa e progressiva che colpisce selettivamente i neuroni di moto, sia centrali che periferici.
Il debutto della Vighy nel mondo della letteratura è avvenuto lo scorso anno: raro caso di esordiente ultrasettantenne, si è fatta notare conquistando con “L’ultima estate” -pubblicato da Fazi Editore- il premio Campiello Opera Prima 2009. Il romanzo racconta la lotta dell’autrice contro la Sla, una di quelle malattie, che non puoi combattere, ma solo subire, cercando di sfruttare l’unica risorsa che ti resta, cercando di lasciare intatta l’unica realtà visibile, quella che proviene dal cervello.
La protagonista, è affetta da sclerosi laterale amiotriofica e ogni giorno che passa segna sul suo corpo una debolezza in più. Diventa difficile qualsiasi azione, persino ingoiare acqua, ogni cosa si altera, i sensi si assottigliano e la forza viene a mancare. Non si ha più alcun controllo.
Ma c’è una cosa che non subisce la resa: la mente, quella continua nel suo vortice di idee e di ricordi a far immagazzinare sensazioni che, mentre da una parte rendono la gioia di poter ancora riconoscere la bellezza delle piccole cose, dall’altra priva del sorriso, perché fa rendere conto dell’impossibilità di poter raggiungere, afferrare e possedere tanta bellezza, che sta a un passo da noi.
In questo libro c’è una voce fuori campo, che spunta di tanto in tanto, quasi tra le righe, ma si insinua nelle riflessioni della protagonista, quella di Zeta. Ma chi sarà mai questo alter ego misterioso che fa capolino nei discorsi?
Zeta è l’idea che arriva da molto lontano, è il dolore, la malattia, la consapevolezza che il respiro diventa un soffio che non basta più, mentre la vita sfugge, come quando cerchi di afferrare l’acqua.
Zeta le fa sopraggiungere i ricordi che portano sofferenza, ma anche un piacevole abbandono, perché la protagonista si trova di fronte al proprio passato ed è costretta a riflettere sui momenti difficili e quelli di felicità. Non può fare altro.
E’ attraverso la descrizione dei ricordi che la scrittrice ci pone dinanzi ai tanti avvenimenti che hanno segnato la vita della donna che è costretta a stare a letto. E’ in questo modo che il lettore si trova a rivivere la nascita di una bambina fuori dal matrimonio, ma amata ugualmente; la gelosia di una marito che cambia completamente e diventa quasi una madre premurosa nei confronti di sua moglie.
E poi ci troviamo catapultati in due città completamente diverse tra di loro, Roma e Venezia, che in misura differente, ma con la stessa intensità, hanno cambiato le sorti della protagonista. Roma è la città che l’ha accolta da ragazza mentre lei cerca la sua strada e la sua identità. Venezia, forse più austera, ha accettato il suo rientro a casa mostrandosi soltanto dopo in tutto il suo splendore, quello che da bambina la protagonista non è riuscita a cogliere.
La donna non perde la facoltà intellettiva fino all’ultimo. Anche se non riesce più a parlare, anche se ogni movimento le diviene impossibile, riesce a trovare la sua via di fuga nella scrittura. Lei racconta, non si perde d’animo. Ogni cosa che pensa è una conquista, un messaggio che vuole lasciare agli altri, l’ancora di salvezza per le sue giornate interminabili, piene di nulla, vuote di niente.
“L’ultima estate” libro vincitore del Premio Campiello Opera Prima e finalista al Premio Strega 2009, è un romanzo colmo di dolore, di lacrime, ma che riesce a dare, attraverso la voce di una persona malata, il senso alle cose quotidiane, quelle che sembrano dovute, quelle che ci appaiono naturali, ma che durante la malattia sembrano delle conquiste.