Sulla costa toscana, nei pressi di Livorno, viene ritrovato in un cassonetto il cadavere di Alina, ragazza diciassettenne della buona borghesia. L’indagine degli inquirenti è mal condotta da un commissario ottuso, che arresterebbe (e lo fa) il primo ma anche il secondo che passa, buttandogli addosso sconclusionati moventi.
Per fortuna, a ritrovare il cadavere assieme ad un ragazzo ubriaco è Massimo, proprietario del BarLume, ‘barrista’, come si definisce, e tremendamente curioso. A sostenerlo più che aiutarlo nelle ‘indagini’ c’è un gruppo di ultrasettantenni (comprensivi di nonno Ampelio) che tutti i giorni si riuniscono nel bar, tra turisti olandesi e ragazzini fricchettoni, per giocarsi a carte le ultime stagioni di vita; linguacciuti toscanacci, amanti del gelato e delle belle ed ormai irraggiungibili figliole, hanno insegnato a Massimo una variante della briscola e, giocando, spiegano il loro punto di vista sul caso Alina. Massimo li ascolta ma poi fa di testa sua e, tra un colpo di scena ed un errore di persona, giunge inaspettatamente alla risoluzione del mistero.
Questa è la trama del buon libro d’esordio del pisano Marco Malvaldi, La briscola in cinque, edito da Sellerio (casa editrice, si sa, specializzata nel giallo tutto all’italiana), 160 pagine. Ma, oltre la trama ‘poliziesca’ in sè, il libro ha il merito di divertire senza voler strafare, di avvicinarci ad un mondo senza radiografarlo, di toccare leggero là dove altri avrebbero calcato sull’aspetto morboso. Il personaggio protagonista è simpatico e i vecchiacci che lo circondano lo sono il doppio; i dialoghi frizzano di metafore dialettali; l’ambientazione ha un sapore tra l’antico irripetibile e il presente irrimediabile.
Malvaldi (classe ’74) è autore già sicuro dei propri mezzi, da tenere d’occhio per il futuro.