La Monaca di Simonetta Agnello Hornby uno splendido romanzo in una Messina dimenticata
Scritto da zelda
Giovedì 28 Ottobre 2010 19:13
C’era un tempo in cui la città di Messina, fedele al re Borbone ed eterna rivale di Palermo, splendeva dei fasti di antiche famiglie nobiliari e recenti caste mercantili. Sede di una delle università più antiche d’Europa e risorta dopo la pestilenza del 1742, il terremoto del 1783 e il nubifragio del 1824, in quel Ferragosto del 1839 Messina si presentava stanca e assolata, agitata dall’imminente processione dell’Assunta che si ripeteva ogni anno, favorendo l’unità della popolazione e la rinascita dell’orgoglio civico.
Unità e orgoglio: due temi cari al Risorgimento italiano, un’epoca gloriosa nella quale si dipana la trama di questo nuovo romanzo di Simonetta Agnello Hornby. Dopo il grande successo di critica e di pubblico dei suoi ultimi romanzi Vento scomposto, Boccamurata, e La zia marchesa la scrittrice siciliana, che vive e lavora in Inghilterra da molti anni, torna alle ambientazioni storiche, per regalarci la figura di un’eroina assolutamente inedita e affascinante.
Secondo la definizione che ne dà la stessa autrice, Agata è una “monaca eretica”. Sesta figlia femmina di una nobile famiglia napoletana trasferita a Messina per volontà del re Federico II di Borbone, Agata è una tredicenne dalla rigida educazione e con la testa piena di sogni. Il sogno più vivido della sua adolescenza si chiama Giacomo Lepre, ha venti anni ed è il nipote del notaio. La sua è una famiglia ricchissima, troppo ricca anche per la famiglia Padellani e per le scarse sostanze di cui, dopo una vita di sperperi, è rimasto titolare Don Peppino Padellani, il padre di Agata, maresciallo dell’esercito regio a Messina e figlio del principe di Opini. Gli stemmi e i blasoni, in quegli anni di sovvertimenti politici e fitti traffici mercantili, non bastano più per portare in dote una fanciulla. Servono legami e conoscenze, parentele con la borghesia in ascesa e gli uomini illuminati dell’intellighenzia cittadina. Nonostante l’amore tra i due giovani, le famiglie si oppongono al matrimonio e la giovane Agata viene spedita in convento a Napoli, per una breve permanenza al seguito di una zia Badessa, Donna Maria Crocifissa.
Ancora una volta la ragione è politica: l’intercessione della monaca è necessaria alla famiglia per ottenere, dopo la morte di Don Peppino, un assegno vitalizio del Re. Agata, però, coglie solo in parte la portata della decisione che è costretta a subire e si adatta abbastanza in fretta alle abitudini della vita monastica.
I ritmi del monastero di San Giorgio Stilita, la cadenza delle preghiere, i canti, il lavoro in cucina secondo la Regola benedettina, assorbono ogni momento della sua vita, insieme ai legami, agli intrighi e agli inganni che si compiono in quell’ambiente apparentemente asettico; al punto che, pur avendo l’occasione di andarsene, Agata decide di restare in convento e di prendere i voti perpetui, proprio mentre una breccia si apre nelle spesse mura del convento. È James Garson, il capitano della nave inglese che l’ha condotta a Napoli, a squarciare la corazza della sua clausura. Uomo di spirito libero e idee rivoluzionarie, per dieci lunghi anni nutre la mente della giovane monaca inviandole libri stranieri infarciti d’idee all’avanguardia. Quello che ne risulta è una donna che vive la pace del monastero con abbandono, ma che allo stesso tempo sogna di essere libera, sola ed emancipata.
Un romanzo che ci riporta agli anni della conquista della libertà di pensiero e di autodeterminazione, a un’epoca gloriosa della storia italiana in cui ogni donna aveva l’occasione di compiere una piccola rivoluzione privata.