Paola Mastrocola - Togliamo il disturbo, saggio sulla libertà di non studiare
Scritto da zelda   
Lunedì 07 Marzo 2011 19:58

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Qualche giorno fa, una professoressa di liceo della provincia di Milano, attraverso una lettera aperta pubblicata sulle pagine di Repubblica, denunciava lo stato di precarietà, e la relativa frustrazione che ne deriva, in cui è costretta a lavorare da anni. L’unica cosa che riusciva a trarre da questa frustrazione e da questa rabbia era un segnale di resa, una vera e propria bandiera bianca, un’abdicazione al proprio ruolo di insegnante che si basava su un’asserzione molto precisa: studiare letteratura e latino non serve più a niente.
Basta leggere un breve estratto di quella lettera per capire le esatte dimensioni di questa abdicazione:
Non dovete imparare a usare il cervello, perché vivrete male, sempre critici verso tutto, poco furbi, poco scaltri, poco sfrontati, sempre onesti, sempre fessi e sempre più soli. Come mi sento io. Onesta e fessa, e sola. Debole, sempre senza soldi, sensibile alle belle parole e alle romanticherie. E poi stanca. Stanca di tutto.

Questo saggio di Paola Mastrocola, invece, rappresenta un altro modo di reagire alla stessa identica situazione aberrante e desolante, alla stessa rovina che segna il presente non semplicemente della scuola italiana, ma di un’intera generazione di ragazzi. Rispetto alla resa della professoressa milanese, però, la reazione della Mastrocola è più lucida, anche se non meno incisiva e rabbiosa, ed è più lucida, credo, perché, per sua fortuna, non appartiene alla generazione che sta assaporando l’amara disperazione della precarietà.
Condivido buona parte di ciò che si dice in questo nuovo libro e, più in generale, le idee e le convinzioni della prof.ssa Mastrocola, oltre, non ultima, alla passione per la letteratura. Il saggio è, per i due terzi, un accorato lamento sulla scuola d'oggi, sull'istruzione, sulla cultura; forse un po' ridondante, ma ricco, anzi ricchissimo di spunti di riflessione. Per questo, e per le proposte sulle scuole del futuro, presenti nella terza e ultima parte, sarebbe bello che lo leggesse anche qualcuno a Roma, e ne facesse tesoro. Una sola cosa mi lascia perplesso: possibile che non si faccia accenno alla pubblicità, alla televisione, a programmi di distrazione di massa come Amici o il Grande Fratello? L'autrice lamenta (e lo credo bene) il livello intellettuale, culturale, e la scarsa capacità/volontà di studio di una netta maggioranza degli studenti; ne indica alcune cause, condivisibili, prima fra tutte direi la "connivenza" delle famiglie, ma non tira in ballo la più formidabile agenzia culturale al mondo, che oggi è, appunto, la tv commerciale. Se non ce ne fossimo accorti, i valori della scuola tradizionale e valori di questa tv sono molto spesso in conflitto, se non esiziali gli uni per l'altra: coscienza critica, riflessività, cultura, amore per la lettura e la bellezza (quante ore al centro commerciale perse, se i giovani amassero leggere!e quante anche di tv, e quindi pubblicità, in meno!). Ecco io trovo che spendere, oggi, due parole anche su questo avrebbe un suo perché.

 

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