| Il conto delle minne - Giuseppina Torregrossa |
| Scritto da zelda |
| Mercoledì 13 Gennaio 2010 23:02 |
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Un’ode alle donne, la celebrazione della loro sensualità e della loro forza, ma anche il racconto della malattia, della vergogna, del dolore.
Immaginate una nonna saggia e paziente, una bambina piccola e curiosa, la cucina di una casa siciliana in un giorno di festa, l’odore della ricotta, del cioccolato, della glassa, delle ciliegie candite e della cannella.
Un’atmosfera autenticamente sicula vi avvolgerà fin dalle prime pagine de “Il conto delle minne”: la preparazione delle minne di Sant’Agata, cassatelline di antica tradizione e dalla forma evocatrice, rappresenta lo spunto per raccontare la vicenda della santa catanese, inutilmente corteggiata dal console Quinziano che per vendetta le fece amputare i seni.
Da una vicenda carica di mistero, fede e femminilità si snoda, a ritroso, la storia della famiglia di Agatina: la nonna Agata e i suoi genitori, la nonna Margherita e l’infanzia in campagna a Malacavata. La bisnonna Luisa, che per prima si ammala di cancro al seno, e così le zie Nellina e Titina.
Agatina crescerà con la nonna materna al centro della Sicilia, a Malacavata, perché i suoi genitori non intendono occuparsi di lei, alla quale vengono preferiti i fratelli maschi.
La madre di Agata non cucina, ma pulisce, disinfetta: non è capace di amare, non è in grado di amarla, e la relazione lacerata e mai ricucita con la figlia impedirà a quest’ultima di maturare un’autentica coscienza di donna.
Abbandonate le pagine ingiallite della Sicilia del secolo scorso, si approda nuovamente al presente: diciottenne, Agata decide di andare a vivere “in continente”, col padre, col quale non riesce mai a comunicare davvero, e prende, contro il volere materno, la decisione di studiare medicina.
Agatina diventa ginecologa e assiste ai parti, sacra rappresentazione del potere che hanno le donne di salvare il mondo, ma alla vita non ci si può opporre, e nemmeno al desiderio di ritornare nella città natale, nonostante Palermo sia un posto dal quale, diceva la nonna, si può solo provenire.
Agata è ormai donna, e nella città dimenticata riscopre antichi magici sapori, e incontra Santino Abbasta, uomo sposato che la corteggia prepotentemente e col quale inizia una relazione clandestina.
Lei per raccogliere le briciole del tempo che Santino le dedica, lascia l’amato lavoro, lui è sempre più geloso, umorale, ossessivo, mai dolce e non lascia trapelare alcun sentimento, se non un istinto sessuale brutale ed egoistico.
Agata annulla se stessa, manca la promessa fatta alla nonna e dimentica di preparare le minne di Sant’Agata, la quale, forse offesa, non la protegge più: un tumore le amputerà un seno. Ora il conto delle minne è dispari: una tragedia, se la natura le ha fatte appaiate, perché sono strumento di seduzione, nutrimento, malattia, e chiave interpretativa della personalità e dei segreti di ogni donna. In un linguaggio a metà tra il siciliano e l’italiano, la storia è un’amalgama di ricette e vita vissuta, secondo un’ottica prettamente femminile, che non può però distaccarsi dall’atavico sillogismo che pretende “le femmine buttane per definizione, e dunque i maschi necessariamente cornuti”.
È quasi un vortice, quello dei proverbi, delle tradizioni e superstizioni di un racconto che attraversa un secolo, risultando a volte dispersivo e confusionario per il lettore, che rischia di perdersi tra vincoli e parentele.
Dal fondo Agata risalirà con fatica, perché la voglia di prendere la vita “a muzzicuni” è più forte di qualunque amore sbagliato, e a sorpresa nel finale tramanderà la ricetta delle minne al figlio avuto dall’uomo che l’aveva distrutta, nella speranza che possa essere migliore del padre e di tutti gli uomini egoisti e ottusi di ogni tempo.
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