"Ghiaccio" di Anna Kavan: allucinazioni di droga e apocalisse
Scritto da Beatrice Kupfahl
Martedì 30 Marzo 2010 17:48
Nata a Cannes nel 1901, Anna Kavan ebbe una vita davvero atipica: costellata da diverse e negative esperienze matrimoniali, tentò più volte il suicidio, oltre che frequentare istituti psichiatrici ed essere un’accanita eroinomane. Fu ispirata nella sua scrittura dai romanzi di Kafka, caratterizzati da una forte compresenza di realtà e allucinazione.
Scrittura altamente anomala, Ghiaccio è infatti un romanzo “delirio”, percorso da un forte clima di dubbio e incertezza e dalla totale mancanza di informazioni attendibili. La storia è costruita sull’unico elemento costante di un ambiente apocalittico invaso dal ghiaccio. Qui si alternano le vicende di un protagonista e di antagonista (di cui non ci viene fornita alcuna identità, ma che comprendiamo costituire uno l’alter ego dell’altro) che si contendono il dominio su una fragile ed eterea donna. Questa ragazza è la vittima delle continue pulsioni di violenza del protagonista, il quale nelle sue allucinazioni prova un forte desiderio di salvarla insieme all’ossessione di vederla soffrire. Questi vivide inquietudini che tormentano il protagonista, il nichilismo caratteristico del romanzo, il tema della neve (metafora per la droga) e il triangolo amoroso descritto sono un chiaro riferimento alla situazione vissuta dall’autrice. Iniziato con una follia, così termina il romanzo: con un impellente ma inutile desiderio di portare in salvo la ragazza dal ghiaccio e dalle nevi sempre più incombenti, il protagonista la conduce a sé e insieme fuggono in automobile. Le ultime parole, uno sguardo alla pistola nella tasca dell’uomo, racchiudono in sé l’intero messaggio che la contorta storia vuole convogliare: non c’è scampo, né dai ghiacci, né dalla follia.