Goncourt premia "La Carta e il Territorio" che si impone come il romanzo più maturo dell'autore francese
Scritto da Zeno   
Martedì 09 Novembre 2010 16:31
Michel-Houellebecq-booksandbooks
“La Carta e il Territorio” di Michel Houellebecq, l’opera ritenuta dai critici meno ambiziosa dello scrittore francese era quella che ha convinto di più. “La possibilità di un’isola” , questa storia tutto sommato in tono minore, che gioca coi generi letterari, alla fine soffre meno di intenti programmatici, e lascia l’idea di un’apertura a forme narrative più libere e meno inesorabili. Dopo l’esordio esistenzialista di “Estensione del dominio della lotta”, accostato a Camus, l’ipotesi di un romanzo aperto a tematiche scientifiche come “Le particelle elementari” e il salto nel vuoto di “Piattaforma”, che condensa tutti i suoi temi più importanti in una forma che rende legittimi i paragoni con Celine, Houllebecq gioca stavolta a farci credere che sia possibile macinare insieme Ellroy, Simenon e Durrenmatt, per ottenere una storia quasi di “genere”, un romanzo che per un attimo sembra persino prendere la strada del “polar”. In realtà, se dovessimo cercare un parallelo cinematografico, dovremmo rifarci più a Haneke che a Chabrol.
La notizia del Goncourt, conferma che si tratta di un romanzo che è piaciuto più dei precedenti, ci chiediamo come mai la stampa nostrana l’abbia stavolta praticamente ignorato. Cito, per esempio, le considerazioni di Massimiliano Parente su “Il Giornale”: “Comunque sia, per me è un enigma: ogni volta che esce un romanzo di Michel Houellebecq lo attendo al varco con molte aspettative, ogni volta ne rimango deluso, ogni volta mi dico che era meglio il precedente, e fatto sta che ogni volta lo leggo dall’inizio alla fine aspettandomi un salto e, leggendolo, non smettendo di chiedermi perché lo leggo. Non è avvincente come un romanzo di genere né ha la scrittura di un grande scrittore”. Il protagonista è infatti un pittore, che, a un certo punto della sua carriera, decide finalmente di fare una personale, e chiede un saggio d’accompagnamento al suo lavoro proprio a Houellebecq. Lo scrittore viene compensato con un ritratto. La mostra ha poi un successo clamoroso, e in breve l’artista diventa una superstar, più ancora di Damien Hirst e Jeff Koons, che ha ritratto intenti a spartirsi il mercato dell’arte. Ma il quadro è anche al centro dell’assassinio, compiuto con ferocia inaudita, dello scrittore. Il crimine, legato al furto del dipinto, viene mascherato da omicidio rituale, in modo da sviare l’indagine. Nelle pagine che precedono la sua morte, l’Houellebecq-personaggio ci viene presentato come un individuo che ha raggiunto una specie di atarassia, e non è difficile provare simpatia per questo scrittore strambo che sembra svincolato da tutte le passioni umane, e vive come se fosse consapevole di essere vicino alla fine dei suoi giorni. L’aspetto più spiazzante di questo “autoritratto in forma di comprimario” (perché il protagonista del libro è il pittore) è che l’Houellebecq-autore è stato spesso al centro di polemiche fondate sull’identificazione automatica tra le posizioni espresse dai suoi personaggi e le sue opinioni (a partire dal sessismo, dall’elogio della prostituzione e dell’Islamofobia). Ora che lo conosciamo come “personaggio”, Houllebecq appare come una figura meno cinica, più serena e appagata, un epicureo che vive come se la vita non avesse altro da offrirgli se non una banale successione di giornate da trascorrere lontano da ogni consorzio umano. Il corto-circuito che si crea rispetto all’idea che ci siamo fatti dell’autore è certamente voluto, e sarebbe improprio scambiare l’Houllebecq del libro come un personaggio autobiografico. Ma allora, perché dare maggior credito di autenticità ai protagonisti di “Piattaforma” o di “Lanzarote”, che pure sembrava un gonzo-reportage? L’elemento però che più ci affascinato in la “Carta e il Territorio” è la creazione di un genere nuovo, la “fantacritica d’arte”, in cui si narra l’opera di un’artista che non esiste, entrando nello specifico delle tecniche esecutive, e che certo potrà far sospettare che proprio queste parti siano quelle “rubate” a Wikipedia. Anche in questo caso, però, Houllebecq gioca con sé stesso. Inscatolato nello stereotipo del romanziere-scienziato, prova a emanciparsene con una vicenda fondata sullo sguardo su di una vita che s’intreccia con la pratica artistica, ma lo fa "tradendo" una volta di più la matrice post-materialista della sua poetica. Jed, il protagonista, è un genio suo malgrado, una personalità la cui sensibilità si trova casualmente a coincidere con il gusto e la psicologia sociale della sua epoca. O forse il suo successo è proprio nella capacità di incarnare nel proprio lavoro alcuni trend, in maniera non premeditata, come se una serie di fotografie o di tele potesse preludere misteriosamente a cambiamenti di lungo periodo. Ma la parte autentica della sua opera, quella in cui profonde tutto sé stesso negli ultimi anni di vita, lascia spiazzati gli osservatori postumi: si tratta infatti di una sorta di documentazione della sparizione del genere umano, che prende origine in Jed dalla desertificazione della propria esistenza e delle relazioni affettive. Tutto quel che resta è questa imponente narrazione della solitudine, come affermazione sensista della potenza della natura. Una volta di più sospeso tra Mirabaud e Sade, Helvetius e Hume, Houellebecq gioca a mettere in bocca al suo alter-ego una citazione di Tocqueville su Lamartine, che ci fa ancor più apprezzare la capacità di ingabbiare, in una storia condotta con una scrittura apparentemente svogliata, lo spirito dei tempi: “Non so se abbia incontrato, in questo mondo di ambizioni egoistiche, in mezzo al quale sono vissuto, una mente più lontana dal pensiero del bene pubblico della sua. Vi ho visto una folla d'uomini turbare il paeseper farsi più grandi: è la perversità corrente; ma lui è il solo, credo, che mi sia sembrato sempre pronto a sconvolgere il mondo per distrarsi".
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