Irène Némirovsky - Il signore delle anime
Scritto da nico   
Lunedì 31 Ottobre 2011 17:42

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Dario Asfar è un giovane medico levantino, che conduce un'esistenza miserabile a Nizza nel 1920.

Dario è un “meteco” (così i francesi chiamavano gli stranieri provenienti dal medio-oriente), e come tale è oggetto di disprezzo, di odio, di pregiudizi ingiustificati e dalla sempre più attuale fobia per tutto ciò che appare diverso.

In Francia nessuno si fida di lui, delle sue fattezze e del suo accento da immigrato, così nessuno vuole le sue cure mediche. Costretto a vivere in una misera pensione dell’'usuraia Marta Aleksandrovna, moglie di un generale, aspetta l'arrivo della moglie Clara e del figlio appena nato, Daniel. Ben presto si rende conto che la sua vita di errabondo deve essere interrotta, perché ha una moglie e un figlio che ama e deve prendersi cura di loro.

Gli serve un prestito di quattromila franchi per sfamare la sua famiglia e rimettere in sesto le sue finanze e la sua immagine, la perfida Aleksandrovna all’inizio reticente, si dichiara poi accondiscendente, a patto però che il povero Dario si prodighi affinché, con la dovuta discrezionalità, salvi  l'onore di suo figlio, perso dietro a una sgualdrina americana.

La speranza di Dario Asfar, nelle parole di Marta Aleksandrovna, si rivela alla fine un tormento, una vera e propria discesa negli inferi, colmo di reiterate cadute e compromessi via via sempre più pesanti, che lo porterà da Nizza a Parigi, a curare non più i corpi, bensì le malattie dell'anima dell'alta società parigina, le sue fobie e le sue turbe psichiche.

La frequentazione degli ambienti gretti e viziosi dell'alta borghesia, dove la corruzione e l’ipocrisia regnano indisturbati, faranno dimenticare al povero Dario, il suo sogno di emancipazione, di libertà, trasformandolo in ciò che lui stesso temeva: una "Creatura della terra, impastata di fango e di buio", le difficoltà riscontrate, il suo desiderio non appagato, che si allontana sempre di più, nonostante i suoi sforzi, gli stenti, le angherie subite, avranno la meglio su di lui, causandogli una voglia sfrenata di arrichirsi, di disfarsi della pesante eredità del suo passato.

Un barlume di speranza, visto negli occhi di Sylvie Wardes, moglie di un ricco giocatore impenitente Philippe, suo paziente, sembra la motivazione, per far trovare a Dario, la voglia di riscatto, poiché in quegli occhi egli vedrà un'anima diversa, dalle altre, pura, elevata, con un totale disinteresse alle ricchezze materiali.

Ma purtroppo non c'è via di scampo per quelli come Dario Asfar; egli si porterà dietro il marchio indelebile della sua diversità, un’etichetta che contraddistingue in maniera fredda ed implacabile, i tipi normali, nella loro spocchiosa ipocrisia, dai reietti, disperati che si trasformano, ma solo per necessità e non per natura.

Irène Nemirovsky, quando scrisse “Il signore delle anime”, nel 1939, era pienamente consapevole di cosa significhi provare sulla propria pelle, la sensazione di suscitare un odio razziale, la ragione è semplice da capire, l’autrice era di origine ebraiche ed il periodo era il preludio al secondo conflitto mondiale e all’altrettanto conseguente e tragico olocausto.

Irène Nemirovsky  venne deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo.

“Il signore delle anime”, è alla fine una sorta di gioco: gli specchi deformati, gli stessi specchi di una società ipocrita, fredda superficiale, che deforma la natura umana, la quale non riesce ad analizzare in profondità ne i sogni, ne il riscatto, ne l’onore e neanche l’orgoglio; ancora una volta soltanto l’abilità dello scrittore attento, riflessivo e consapevole, riesce a lanciare un accorato appello, affinché non si perdi la memoria storica, che ci aiuti a comprendere meglio e a distruggere questi specchi, sempre meglio che bruciare i libri d’altronde.

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