Georges Simenon ci catapulta nel passato. Sullo sfondo le montagne dell’Arizona, un cavallo guidato da un uomo che si dirige verso il Grande Passaggio. Prima che arrivassero automobili e treni avevano calpestato quella strada migliaia di uomini e bestie. Quell’uomo a cavallo, che si vede sullo sfondo, è John, detto Curly John,il proprietario del ranch della Giumenta perduta. Ha sessantotto anni ma non li dimostra affatto e cavalca come quando era giovane, come quando ed era arrivato lì in cerca di fortuna assieme al suo fidato amico Andy.
Ma c’è un punto preciso di quel passaggio, di quella strada che ogni volta che John si trova a percorrerlo gli provoca una fitta di dolore, perché proprio in quel luogo lui molti anni prima ha ucciso Romero, un messicano che era stato pagato per ucciderlo. E il mandante sembra essere stato proprio Andy, il suo caro amico, che da allora per John è diventato l’Innominabile. Georges Simenon in questo suo ultimo romanzo “Il ranch della giumenta perduta” ci racconta dell’amicizia sporcata dal peccato, della vendetta e del perdono, ci parla di luoghi, di ricordi che si imprimono su uno scenario western che ci conduce ai vecchi film di Sergio Leone.
Noto per aver ideato un personaggio in grado di rivoluzionare il genere poliziesco, il commissario Maigret, Georges Simenon nella sua lunga e prolifica carriera letteraria si è spesso discostato dalla sua produzione abituale. Pare che sia proprio nei romanzi che non hanno Maigret come protagonista, che Simenon abbia dato il meglio di sé. Libri noir caratterizzati tutti da un’attenzione quasi morbosa verso le dinamiche psicologiche dei personaggi e verso i meccanismi intrinseci del delitto. Non solo e non più la classica ricerca dell’assassino, con colpo di scena finale, ma anche una disamina minuziosa delle ragioni profonde che hanno portato al misfatto. Nel 1947 Georges Simenon, accusato dal governo francese di collaborazionismo con i tedeschi, decise di allontanarsi dall’Europa e di trascorrere qualche mese negli Stati Uniti. L’accusa risultò presto totalmente infondata, ma la permanenza nelle vaste praterie dell’Arizona ispirò il primo e unico romanzo western dello scrittore belga. Un noir in cui i due protagonisti John Evans, detto Curly John e il suo nemico giurato, l’Innominabile Andy Spencer, non sono i classici conquistatori e cercatori d’oro né i tipici pistoleri da saloon. Al crepuscolo della vita, sessantotto anni ciascuno, i due sono dei tranquilli Rancheros. Curly John vive con sua sorella Mathilda tra le montagne dell’Arizona, nel vasto “ranch della giumenta perduta", mentre Andy Spencer è un uomo ricco e potente di Tucson, a capo di un impero economico e sposato con una delle figlie di un vecchio possidente. Sono quasi quarant’anni che i due non si rivolgono più la parola, eppure, ancora ragazzi, erano partiti insieme da Farm Point per cercare fortuna nel West. Ai due giovani, ricchi di ambizioni, erano stati sufficienti pochi anni per ottenere quello che avevano sempre desiderato: la terra, le mandrie e i cavalli… Fino a quel giorno di trentotto anni prima. Il 15 agosto 1909 il bandito Romero si mise sulla strada di Curly John per ucciderlo. Tra i due ebbe la meglio il giovane scozzese, che prontamente rispose al fuoco del bandito uccidendolo, ma da allora il dubbio non lo aveva abbandonato nenche per un minuto. Chi aveva messo Romero sulla sua strada? E perché? È sul filo del sospetto che si snocciola questo avvincente romanzo. Dal fondo di un baule dimenticato in una polverosa cantina riemergerà inaspettata una lettera, un documento in grado di modificare tutte le carte in tavola. Potrebbe essere la prova della colpevolezza dell’Innominabile, ma anche la sua definitiva riabilitazione, l’unica testimonianza di un clamoroso errore che renderebbe colpevoli le vittime e vittima colui che per anni è stato giudicato colpevole. Il dubbio su cui si fonda la trama di questo romanzo si scioglierà, come da copione, solo nelle ultime pagine. Nel frattempo potremo goderci un western alternativo, dove alle atmosfere crepuscolari di un Eldorado decadente si alternano scene di assoluta comicità tra personaggi ai limiti del grottesco, descritti con una magistrale attenzione per i particolari. a consueta strategia di Simenon si riproduce anche in questo romanzo. I suoi personaggi non suscitano mai incondizionata simpatia, molti di loro sono ambigui oppure, come in questo caso, assumono comportamenti eccessivi e nervosi. Sono uomini imperfetti, mai portatori di verità assolute: l'errore è sempre dietro l'angolo nella vita e i giudizi non possono essere definitivi. Le uniche certezze di Curly John sono i gesti rituali della quotidianità, gesti che sono testimoni della continuità e della normalità della vita, importanti proprio quando altre certezze vacillano.
La figura mite e silenziosa di Mathilda, sorella maggiore di John, che non si oppone mai apertamente al fratello, ma sa mantenere una sua autonomia di giudizio è sicuramente uno dei personaggi più originali di Simenon. Il timore, tutto femminile, di opporsi all'uomo di casa (siamo nel 1947), la sensibilità di sostenere il fratello nel suo tormento senza invederne l'intimità, gesti e parole sempre misurati e riflessivi e la forza interiore di non cedere a quella che poteva apparire l'evidenza, forte di una sensibilità tutta femminile che sa discernere col cuore il vero dal falso: una donna che in un certo senso è senza età, è il ritratto della serena e schiva positività femminile.
Ma quanto detto non toglie a Il ranch della Giumenta perduta il suo essere un romanzo fortemente maschile in cui sono proprio i limiti della psicologia e dei comportamenti di un uomo a essere posto in primo piano. In questo caso però c'è un lieto fine, mai totalmente lieto, come è logico - e com'è nella vita - ma nella sostanza capace di ristabilire un ordine interiore. In Simenon questo avviene talvolta in modo tragico, in quest'opera non è richiesto un tributo di sangue ma solo la capacità di mettersi in discussione.