La sempre maggiore presenza delle aziende e dei professionisti su internet ha anche moltiplicato le possibilità di recensire un servizio o un prodotto, lasciando un commento sul sito del venditore o su una piattaforma che ospita recensioni.

La possibilità di lasciare recensioni è sicuramente un’opportunità, sia per l’azienda che per il cliente:

  • Le recensioni positive sono uno degli elementi più potenti per rafforzare la credibilità e l’appetibilità di una azienda.
  • Per i potenziali clienti, le recensioni orientano gli acquisti, rendendo più facile scegliere i servizi migliori ed evitare quelli scadenti.

Tuttavia, per le aziende e i professionisti c’è sempre un pericolo: quello delle recensioni negative! Naturalmente, tutti sanno che non è possibile accontentare tutti sempre. La recensione negativa fa parte del “gioco” e del rischio di impresa. Ma se la recensione è veramente pesante? Se è ingiustificatamente critica e capace di ledere la reputazione (e potenzialmente il fatturato) dell’azienda? Vi è la libertà di affermare qualsiasi cosa nelle recensioni o c’è un limite?

La diffamazione

Secondo l’articolo 595 del Codice penale, chiunque offende la reputazione altrui, comunicando con più persone in assenza della persona offesa, commette il reato di diffamazione. Soggetto passivo del reato di diffamazione (cioè la “persona offesa”) può anche essere una persona giuridica o un altro ente o organizzazione. Anche un’azienda. Infatti, anche l’azienda ha un “buon nome commerciale”, cioè una reputazione da difendere.

Una recensione negativa che lede la reputazione di un’azienda o di un professionista può integrare il reato di diffamazione. Ciò significa che la persona offesa potrebbe querelare l’utente diffamatore e/o chiedere il risarcimento dei danni morali e (eventualmente) patrimoniali prodotti dal commento offensivo.

Tuttavia, non ogni commento che mette in cattiva luce un’azienda o un professionista è diffamatorio. Ci mancherebbe altro! Infatti, l’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di espressione del pensiero e quindi anche quella particolare forma di espressione che è la critica.

La recensione e il diritto di critica

Come si armonizza il dovere di rispettare la reputazione altrui con il diritto di critica? Secondo la giurisprudenza costante, la critica è legittima se è:

  • Pertinente. Cioè deve corrispondere ad un interesse apprezzabile dei destinatari a conoscere l’oggetto della critica.
  • Continente. Cioè la critica non deve trasmodare in insulti gratuiti o volgari, attacchi lesivi della dignità della persona.

La critica deve anche affermare la verità? Bisogna distinguere il giudizio critico (cioè la valutazione eventualmente negativa) dai fatti che l’accompagnano o che sono presentati come presupposto della critica. Il giudizio critico, di per sé, non deve essere rigorosamente “vero” (è pur sempre un’opinione soggettiva). Invece, i fatti concreti eventualmente attribuiti alla persona offesa devono essere veri. Altrimenti, se i fatti sono falsi e denigratori, non ci si può nascondere dietro al “diritto di critica”.

Il caso

Nella pratica, come applicare questi principi? In un caso giudiziario del 2019, un cliente aveva pubblicato su Facebook una recensione critica su un’azienda gastronomica. La pagina Facebook era intitolata “I peggiori ristoranti di (una città siciliana) e dintorni”. La critica del cliente consisteva in un finto volantino satirico della gastronomia in cui si promuoveva la vendita di pasta a prezzi esorbitanti. Inoltre, il cliente dichiarava che il “peso dichiarato non ci ha molto convinto”, insinuando che avesse pagato più del dovuto per il cibo effettivamente consumato.

La Corte di Appello condannò il cliente per diffamazione contro il titolare dell’attività gastronomica. Il caso finì in Cassazione. La Suprema Corte (sent. n. 3148/2019) ha cassato la decisione in secondo grado, assolvendo l’imputato “perché il reato non sussiste”: «Le espressioni incriminate, inserite nel contesto in cui si sono sviluppate, concernono la critica ai prezzi praticati dalla gastronomia […] e al dubbio manifestato circa la rispondenza, in una specifica occasione, tra peso effettivo della merce e prezzo applicato […]. Sussiste un interesse pubblico derivante dal fatto che si parla di un esercizio commerciale aperto al pubblico. Il linguaggio, figurato e gergale, nonché i toni, aspri e polemici, utilizzati dall’agente sono funzionali alla critica perseguita, senza trasmodare nella immotivata aggressione ad hominem. Il requisito della continenza non può ritenersi superato per il solo fatto dell’utilizzo di termini che, pur avendo accezioni indubitabilmente offensive, hanno però anche significati di mero giudizio critico negativo del quale occorre tenere conto anche alla luce del contesto complessivo e del profilo soggettivo del dichiarante.»

Insomma, la Corte ha ritenuto che la critica fosse pertinente e continente, e che non attribuisse fatti falsi ma esprimesse semplicemente una valutazione soggettiva sul prezzo applicato.

In sintesi, una recensione critica che lede la reputazione può essere diffamatoria. Tuttavia, se la recensione è pertinente, rispetta il criterio della continenza e non attribuisce fatti determinati falsi e denigratori, sussiste il diritto di critica.

Avv. A. Luis Andrea Fiore